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Viazzi Remo, La rivolta di Varsavia e le responsabilità di Stalin. Una delle pagine più terrificanti della seconda guerra mondiale, Modica 2005   ISBN  978-88-89211-13-7

 

«… Presto o tardi tutti conosceranno la verità circa il gruppo di criminali che si sono imbarcati nell'avventura di Varsavia allo scopo di impadronirsi del potere […], ogni giorno di resistenza giova non ai polacchi ai fini della liberazione di Varsavia, ma agli hitleriani che stanno selvaggiamente massacrando gli abitanti della città…»: è questa la raggelante risposta dello "zio Joe" (l’epiteto con cui gli Americani erano soliti riferirsi a Stalin) alle ormai disperate richieste di collaborazione da parte degli Anglo - Americani, che stanno provando in tutte le maniere a spalleggiare la rivolta dei cittadini di Varsavia, scoppiata il 1 agosto 1944, contro i tedeschi: è il 16 agosto. Già il 5 dello stesso mese Winston Churchill aveva provato a far sentire la sua voce, ma Stalin aveva sminuito l'importanza dell'insurrezione della capitale polacca. In queste parole sono celate due verità insieme: che i tedeschi stessero appunto selvaggiamente massacrando i polacchi in rivolta - che è detto esplicitamente -, che Stalin fosse tutto sommato contento dell’epilogo cui era destinata la rivolta di quel gruppo di criminali, che abbisogna invece di una lettura più approfondita, in filigrana, dei fatti di quel terribile agosto 1944.

Si tratta di una delle pagine più terrificanti della seconda guerra mondiale, dove la ragion di stato prevale su tutto, quasi insensibilmente. Qualcosa insomma che va di là dall’ordinaria follia di quella guerra e si inscrive piuttosto come un atto deliberato d’odio ingiustificabile, ab-norme (vale a dire fuori della norma). Spesso taciuta, talvolta travisata, accuratamente evitata dai libri di storia adottati nelle nostre scuole (che - si sa - per ragioni di compendio devono per forza attuare una selezione della memoria), è una delle più utili a chiarire come gli orrori del nazismo e del comunismo si equivalgano per efferatezza e cinismo. E d'altra parte ne scaturisce un ritratto di Stalin a tinte assai fosche: opportunista, scaltro, spietato, che sarebbe meglio sostituire in modo definitivo a quelli smaccatamente apologetici, che certi “storici” si ostinano a disegnare. La vicenda - come accennato - ha scarsa o nulla eco nei testi scolastici, mentre diverso è il discorso a livello accademico. Già nel 1963, ma ci lavorava sin dal 1947, Eddy Bauer nella sua monumentale "Storia controversa della Seconda Guerra Mondiale" le dedicava più di qualche pagina, così come Winston Churchill nella sua “La seconda guerra mondiale”: le due opere che più abbiamo utilizzato.

Vediamo cosa accadde. L’anno è il 1944, estate: l'avanzata dell’Armata Rossa nei territori precedentemente occupati dai Tedeschi ad est della Vistola procedeva a marce forzate; il 29 luglio i russi erano giunti a circa 20 chilometri da Varsavia, il giorno seguente a 10. A dire il vero, proprio tra la fine di luglio e i primi di agosto, i Russi avevano un po' segnato il passo: la Luftwaffe era riuscita a riaffermare una certa supremazia nei cieli (compì 3316 voli tra il 1° e il 13 agosto contro i 3170 dell'aviazione del 1° Fronte della Russia Bianca). È in sostanza quanto afferma anche lo storico Garder, che rileva come in effetti «… l'irresistibile offensiva del 1°Fronte della Bielorussia aveva urtato contro la testa di ponte tedesca davanti a Varsavia […]. Le loro linee di comunicazione si erano allungate. Avevano bisogno di qualche giorno di respiro…».Per l'Esercito clandestino polacco, guidato da Bor - Komorowski e fedele al governo in esilio a Londra e presieduto da Stanislaw Mikolajczyk era il momento di agire, anche perché l'Inghilterra aveva concesso piena libertà allo stesso governo polacco di dirigere le operazioni: la libertà sembrava veramente a portata di mano. Era anche una questione di necessità politica. Bisognava assolutamente poter dimostrare ai Russi che non erano stati loro i liberatori della città, ma che questa aveva avuto la forza di farlo da sola. I Sovietici insomma dovevano poter essere accolti semplicemente come degli "alleati" e non come dei "liberatori occupanti".

Stalin, però, non vedeva di buon occhio la cosa. Tanto per cominciare non riconosceva il governo polacco in esilio a Londra (che egli definiva con disprezzo «la cricca reazionaria polacca»), dal momento che nella Polonia orientale già "liberata" dai Russi si era costituito, con sede a Lublino, un "Comitato di liberazione nazionale comunista" con capo Osobka - Morawski, che godeva dei favori dell'Unione Sovietica, quella stessa che, solo cinque anni prima, l'aveva "venduta" al Terzo Reich con il patto Molotov - von Ribbentropp.

Dall’anno precedente Stalin era entrato in rotta di collisione con il governo polacco in esilio a Londra, preferendo piuttosto appoggiarsi e spalleggiare nella guerra di resistenza ai nazisti un certo numero di polacchi che si erano rifugiati nei territori russi all’inizio del conflitto e di provata fede comunista. Fu, proprio nel 1943, un fatto eclatante - anch'esso relativamente poco conosciuto – che causò la rottura delle relazioni diplomatiche tra il governo di Stanislaw Mikolajczyk e Stalin. In aprile l'esercito tedesco comunicò di avere trovato una fossa comune con i corpi di 4.400 ufficiali polacchi nella foresta di Katyn, presso la città di Smolensk, che poco prima era stata conquistata dai Russi. Erano parte dei prigionieri che fece l'Armata Rossa nel 1939, quando, durante l'invasione della Polonia, catturò 15.000 ufficiali e 180.000 soldati dell'esercito regolare. Il governo in esilio fece appello alla Croce Rossa, affinché conducesse un'indagine, motivo che causò una dura presa di posizione da parte di Stalin, che non riconobbe più la legittimità di Mikolajczyk e del governo da lui presieduto. Sosteneva infatti che la colpa era piuttosto da imputare ai Tedeschi. In realtà questa volta i Tedeschi avevano ragione, ma soltanto nel 1990 i Russi ammisero che la polizia segreta sovietica, la NKVD, aveva assassinato, su ordine diretto di Stalin, i 15.000 ufficiali polacchi dispersi.

Con queste premesse era logico che solo il Comitato di liberazione e le Formazioni Polacche di Berling fossero i naturali referenti dei comunisti russi: a loro – Mosca lo aveva già deciso da tempo – avrebbe dovuto essere demandata l'organizzazione della nuova Polonia "libera". Così, alle già difficili condizioni in cui l’Esercito Interno portava avanti la guerra di resistenza contro l’occupazione nazista, si aggiunsero ora le complicazioni sorte a causa dei sempre crescenti contrasti che opponevano le armate di Bor Komorowski a quelle comuniste polacche, che si giovavano dell’aiuto dell’Unione Sovietica. Tutti cominciavano a preoccuparsi più del futuro assetto della Polonia (la cui importanza strategica nell’Europa liberata dalla piaga di Hitler era evidente), che del fatto di liberarla in fretta e con il maggior risparmio possibile di vite umane. Era logico dunque che verso i Polacchi fedeli al governo in esilio Stalin non nutrisse alcuna simpatia. Così racconta un non meglio specificato G.V. sulle pagine della rivista Signal, riferendosi alle truppe di Bor - Komorowski: «Si trattava dunque di quegli stessi elementi che nella Polonia orientale avevano in parte combattuto come partigiani contro le truppe germaniche e che poi, in seguito, erano stati disarmati e deportati in Siberia dai Sovietici, per quanto i loro capi non siano stati addirittura fucilati»: dalla padella nella brace! Prima ancora della fine della guerra, ma questa è cosa risaputa, il mondo è già stato sostanzialmente suddiviso in diverse sfere d'influenza, all'interno delle quali, né Anglo - Americani né Russi, accetteranno di buon occhio intromissioni. La sfida che proverà a lanciare Churchill a Stalin è uno strappo a quell’accordo cui Roosvelt non si sentirà di aderire. Il 26 agosto se ne chiamerà sostanzialmente fuori affermando che erano piuttosto da tenere sotto controllo «le prospettive generali della guerra».

Così quando scoppia la rivolta all'interno della città - che inizialmente ha un discreto successo - i Polacchi di Varsavia (all'epoca la capitale contava quasi un milione di abitanti) si ritrovano soli e male armati a dover fronteggiare l'esercito tedesco, certo assai ridotto rispetto a quello del 1939, ma ancora perfettamente in grado di sedare una rivolta per la maggior parte condotta da civili. Gli Anglo - Americani fanno di tutto per convincere Stalin ad accelerare le operazioni militari e ad entrare in Varsavia prima che sia troppo tardi: niente da fare, Stalin è categorico: «… l'insurrezione rappresenta un'avventura temeraria e terribile che impone alla città grossi sacrifici […], il Comando sovietico è pervenuto alla conclusione di rimanere del tutto estraneo all'avventura di Varsavia, poiché esso non può assumere in proposito alcuna responsabilità, né diretta, né indiretta». Per il georgiano infatti la rivolta era diretta solo militarmente contro i Tedeschi, mentre politicamente contro i sovietici. La rivolta capitanata da Bor Komorowski rischiava di mandare in frantumi i suoi progetti sul futuro della Polonia e d'altra parte non gli pareva neppure possibile raggiungere un'intesa né con l'Esercito Interno di Komorowski, né con il governo in esilio di Mikolajczyk. Ecco il punto: Stalin si rendeva perfettamente conto, e in cuor suo ne godeva, che - come scrive Hitchcock - «… i tedeschi stavano facendo il lavoro sporco al suo posto…»

Rimane, però un fatto d’inaudita gravità, moralmente inaccettabile, che le truppe sovietiche si trovassero veramente ad un passo dalla città e non abbiano voluto dare la "spallata decisiva" all’esercito tedesco, probabilmente salvando nel contempo moltissime vite umane. Agli Anglo - Americani non fu nemmeno concesso di far atterrare negli aeroporti sovietici gli aerei destinati al rifornimento degli insorti, che furono così costretti a partire dalle basi italiane di Bari e Foggia. Sembrava quasi che Stalin volesse continuare a tenere fede all'antico patto Molotov - von Ribbentropp sancito nel 1939, secondo il quale Russi e Tedeschi avrebbero collaborato per reprimere la resistenza nazionale polacca nelle rispettive zone di occupazione: la scelta di non intervenire andava in quella direzione.

Ma già all'epoca una stampa faziosa e poco rispettosa del dramma che si stava consumando nella capitale polacca dava una lettura politica fuorviante di quanto stava accadendo. La Stampa del 22 agosto 1944 titolava: "Il dramma di Varsavia. Le sofferenze della popolazione torturata dai sovversivi ed ingannata dalla propaganda inglese". Tra le righe dell'articolo si può leggere: «La popolazione di Varsavia ha capito dagli avvenimenti che gli insorti non potevano contare in nessun caso su un aiuto pratico e che le parole ottimiste in merito al fatto che i sobborghi di Varsavia erano stati "conquistati" dagli insorti non rispondevano al vero, come non rispondeva al vero la pretesa assistenza inglese con sei divisioni "già arrivate a Varsavia"»: solo che le divisioni già alle porte di Varsavia non erano quelle inglesi (e come avrebbero potuto?), ma quelle dei comunisti russi: inermi e lieti della carneficina che i Tedeschi stavano compiendo a danno degli insorti fedeli al governo in esilio. E a che cosa ci si riferisce poi quando si parla di propaganda inglese? È sicuramente vero che spesso la B.B.C., proprio per voce dei rappresentanti del governo provvisorio polacco, mandava segnali d'incitamento alla resistenza a Varsavia, ma non bisogna dimenticare che proprio il 29 luglio fu Radio Mosca a lanciare un appello inequivocabile di rivolta, che poco dopo venne diffuso anche dalla stazione dell'Unione dei Patrioti polacchi, un altro gruppo di obbedienza sovietica. «L'esercito polacco che penetra ora nel territorio polacco è stato addestrato nell'U.R.S.S.[si fa riferimento qui alle forze dei Comitati di liberazione nazionale]; si unisce alle forze popolari per formare il corpo delle forze armate polacche, armatura della nostra nazione nella lotta per l'indipendenza. I figli di Varsavia entreranno domani nelle sue file. […] Per Varsavia che non ha ceduto, ma che ha lottato, l'ora dell'azione è suonata.».

Le cose non andarono proprio così: i Russi entrarono a Varsavia solo all'inizio del 1945 in una città devastata e “pronta” ad accogliere i nuovi padroni. Il 17 gennaio collocarono a Varsavia il governo che essi ritennero legittimo e la Polonia fu “liberata”. Rimane la certezza che non abbiano fatto tutto quello che sarebbe stato in loro potere per fermare la strage che i nazisti, sotto il comando di Von Dem Bach - Zalewski, perpetrarono nella capitale. Questo nonostante le battute d’arresto che i Tedeschi inflissero all’Armata Rossa sul finire di luglio. Il bilancio di quei due mesi fu tragico, le responsabilità da condividere. Il generale Bor - Komorowski ammise che «ben presto fummo abbandonati alle nostre uniche forze. La capitolazione [ai tedeschi] era inevitabile. Io dovetti firmarla il 2 ottobre alle 8 di sera». La rivolta durò dal 1 agosto al 2 ottobre; costò ai difensori  22.000 tra morti, dispersi e feriti gravi su 40.000 uomini dell'Esercito clandestino, e 200.000 furono le vittime fra il milione di abitanti di Varsavia. L'esercito tedesco ebbe 10.000 morti, 7.000 dispersi, 9.000 feriti.

Credo insomma che Winston Churchill, cui eventualmente sarebbero da imputare altri gravi errori nel corso del suo governo, avesse colto perfettamente nel segno quando lucidamente sostenne: «I Russi desideravano veder massacrare fino all'ultimo i Polacchi non comunisti, ma anche far credere di essere accorsi in loro aiuto…». E d'altra parte tutti sanno che ormai la guerra non era più condotta solo contro le residue forze tedesche e giapponesi, ma - più cinicamente - tra gli stessi eserciti della coalizione alleata. Stati Uniti, Inghilterra e Russia si preoccupavano ormai non di vincere la guerra, ma di come vincere la guerra.

 

Bibliografia.

Il sostanziale silenzio che avvolge i fatti relativi alla rivolta di Varsavia e al mancato soccorso  da parte dell'esercito russo lo si riscontra in particolare in tutte le pubblicazioni di carattere divulgativo. Faccio quindi riferimento alle opere che generalmente trattano della seconda guerra mondiale, ai compendi di storia in uso nelle nostre scuole, all'attenzione che di volta in volta i media non hanno riservato a questa pagina di storia. Naturalmente ben diverso è il discorso relativo alla saggistica e alle opere specialistiche, specie straniere. Per questo breve articolo si è fatto uso in particolare di:

Eddy Bauer, Storia controversa della Seconda Guerra Mondiale, 7 voll., Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1963;

Alexander Werth, La Russia in guerra. Da Stalingrado a Berlino, Milano, 1966;

Michael Garder, Une guerre pas com les autres; la guerre germano-sovietique, Parigi, 1962;

Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, Milano, 1948-1953;

Giorgio Vaccarino, Lotta di liberazione e resistenza antifascista in Europa, sta in «La storia» (a cura di) Nicola Tranfaglia, Massimo Firpo, vol. IX, Torino, UTET 1986;

William Hitchcock, Il continente diviso, Carocci, Roma 2003;

Gianni Rocca, Stalin, quel "meraviglioso georgiano", Milano, Mondadori 1988; Il dramma di Varsavia. Le sofferenze della popolazione torturata dai sovversivi ed ingannata dalla propaganda inglese, sta in «La Stampa», 22/08/1944.

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