Ascenzo G., Badiali R.-Cascino S.J.-Figura S.-Modica C.-Nativo G., Pubblicità e propaganda. Il mercato del potere. Il potere del mercato, Modica 2005, ISBN 978- 88-89211-18-2

 

(dal Prologo di Saro Jacopo cascino)

Dopo aver riletto lo stesso mio scritto e le relazioni di pensanti più di me documentati e profondi sull’argomento della propaganda e della pubblicità, presentare le "4 Pietre" di quest’anno, con una  prefazione esplicativa, mi parrebbe superfluo. I testi si incastrano, giustificandosi l’un l’altro, in modo tale da condurre alla comprensione di come pubblicità e la propaganda sembrino ormai coincidere.

Eppure, la tradizione e la forma obbligano ad un prologo introduttivo di questo lavoro. Non adopero per accidente i due termini, né a caso il verbo.

Il Natale è una tradizione, che obbliga ad essere buoni anche coloro che non lo sono, o non si sentono tali in quel periodo dell’anno, e li costringe a dilapidare la tredicesima, elargita  proprio  allo scopo  di far fronte alla  necessità di regalare doni in quella ricorrenza.  Il regalo natalizio è il costume  assunto dalla consuetudine per  esprimersi, è cioè la forma della sua manifestazione concreta, attinente non più allo spirito, ma al Mercato.

Chi abbia velleità di credersi persona di cultura, può farsi partecipe della cultura nella quale è immerso, quando le sue leggi siano i dogmi proclamati dal Mercato?

Il Mercato è cosa d’estrema implacabile serietà, come il Potere.

L’intellettuale dovrebbe essere colui che, studiando a fondo la  realtà che lo circonda, riesce a maturare una coscienza critica adatta a comprenderla per migliorarla.

La destra politica ha partorito filosofi e la sinistra ha generato sognatori, quegli intellettuali "organici" che tali sono nella loro consistenza, fatta di materiale organico.

Ora, qualunque ruolo e valenza si voglia attribuire all’intellettuale, non v’è dubbio ch’egli sia sottoposto  ad insopportabili costrizioni da parte del Mercato il quale, fabbricando "eventi culturali" di  matrice e formazione puramente economica, lo pone di fronte a scelte ineludibili mettendolo in contraddizione con se  stesso.

Se esce un libro considerato l’evento editoriale dell’anno, come posso astenermi dal leggerlo? Se non lo leggo mi si dirà che non voglio aggiornarmi. Per poterne parlare lo devo comprare, ma lo stesso sono costretto a fare per giustificare la mia scelta di non parlarne.  Similmente  avviene per le trasmissioni televisive che abbiano goduto di lungo ed ampio batage pubblicitario. Se me ne frego, sono un neofascista, se me ne interesso, sono un radical-chic, intellettuale da salotto della sinistra ormai asservita ai monopoli privati. In ogni caso mi tocca occuparmene per portare a casa il pane ed il sale e sfoggiare i calzini di cachemire distintivi del mio ruolo e della mia appartenenza.

Rimane da chiedersi dove conduca la frammistione di propaganda e pubblicità attraverso cui il Mercato distribuisce il Potere e lo mantiene.

Per rispondere al quesito mi sembra necessario fare due brevissime premesse. Ho fin qui scritto Mercato e Potere con la maiuscola poiché né l’uno né l’altro sono nomi comuni di cosa, ma nomi propri di persona. Che i cognomi dei detentori cambino, è ininfluente. Ancora, sembra evidente che Propaganda e Pubblicità siano fattori negativi, causa del degrado inarrestabile della nostra  superiore civiltà. Dire il contrario sarebbe bestemmia.

Ho appena sostenuto che tradizione e forma richiedono un proemio a qualsiasi raccolta di esposizioni argomentate su un tema. E’ inoltre consuetudine che l’antologia si chiuda con una postfazione che ne tragga le conclusioni finali.

La fascinazione per le parole di Badiali non mi hanno impedito di vedere il suo come un testo aperto, più simile ad un commentario che ad una chiusa.

Farei torto alla mia vis polemica se non trasgredissi la norma e non ponessi nel preludio le mie conclusioni.

Lo faccio appellandomi alla parabola narrata da un Ebreo contenuta in un libro mirabile per essere riuscito a dare valenza assoluta a verità relative, sicché ogni loro interpretazione può assumere il peso del giusto. Mi servirò della "parabola del seminatore" nella versione di Luca, che è il più sintetico.

Vorrei far notare che, in quel contesto, ci sono due fatti d’eccezionale importanza. Il primo, è la spiegazione che l’ideatore delle parabole  dà sul perché egli le usi, ed il secondo per la spiegazione del significato della parabola appena narrata.

Lascio la parola a Luca: "Il seminatore uscì a seminare il suo seme. E mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestato, e gli uccelli del cielo lo mangiarono. Un’altra parte cadde sul sasso, e, nato, seccò, perché non aveva umore. Un’altra parte cadde in mezzo alle  spine, e le spine cresciute insieme lo soffocarono. Un’altra parte cadde in buon terreno, e, cresciuto, fruttò il cento per uno".

Ai discepoli che chiedevano al Maestro perché si rivolgesse a quanti lo seguivano esprimendosi in parabole, egli dice: "[...] affinché, vedendo non vedano e sentendo non intendano".

Quanto alla spiegazione della parabola del  seminatore, vi lascio alle 4 pietre miliari che sono i 4 Vangeli, nelle versioni di Luca, Marco e Matteo, occupandosi Giovanni d’altro.

Colpito dai semi della propaganda e della pubblicità mi sforzo d’essere sasso e di non dar loro umore. Questa è l’unica via d’uscita che sono riuscito a trovare, non avendo la presunzione di produrre spine capaci di soffocare né l’una né l’altra. Farsi buon terreno è scelta del singolo, sino a che rimane zolla, consapevole che in latino essa è la gleba la quale può aver servi, e servire purché non serva.

 

 

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