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2003

 

Gennaio 2003

La cultura ed il suo Barycentro (Dialogo: Gennaio 2003)

 

Febbraio 2003

Arti e professioni nella Contea di Modica (Dialogo: Febbraio 2003)

 

Marzo 2003

Un grande Capo Pellerossa scrive ai consiglieri comunali di Modica (Dialogo: Marzo 2003)

La grande afflitione del 1557 nella Contea di Modica (Dialogo: Marzo 2003)

 

Aprile 2003

Grylli in agro ibleo (Dialogo: Aprile 2003)

 

Maggio 2003

Lotta di privilegi nella Contea di Modica (Dialogo: Maggio 2003)

 

Giugno 2003

Magistratura e politica: un rapporto difficile nella Sicilia dei Viceré (Dialogo: Giugno 2003)

 

Novembre 2003

Febbraio 1169: la terra trema a Modica (Dialogo: Novembre 2003)

 

Dicembre 2003

Quando i neonati venivano fasciati (Dialogo: Dicembre 2003)

Dall’Annunciazione del Gagini all’iconografia dell’Angelo nell’Arte Medievale (La Pagina 12/12/2003)

Il Tempo catturato (La Pagina 28/12/2003)

 

 

GENNAIO 2003

 

 

La cultura ed il suo “Barycentro”

 

 

Vasto consenso ha ricevuto la relazione presentata, venerdì 10 gennaio, dal Dr. Emanuele Guerrieri, su “No Global? Bioregional! Percorsi alternativi contro l’oblio delle culture regionali”, presso il “Barycentro” in Modica. La disquisizione, la prima di un ciclo di sei conferenze curate da “La Biblioteca di Babele” con il patrocinio del Comune di Modica Assessorato alla Cultura, è stata stuzzicante e stimolante si è rivelato il dibattito scaturito al termine dei lavori.

L’arredo sobrio ed elegante del “Barycentro”, i tavolini interposti tra gli intervenuti, l’aroma del caffè versato nelle tazzine da “belle epoque”, ha creato quell’atmosfera quasi familiare, una sorta di salotto letterario dove poter effettuare scambi culturali: il “baricentro” della cultura.

La manifestazione segna un punto di partenza da cui sviluppare variegate tematiche alcune delle quali rasenteranno quella sottile linea di confine che separa il sacro dal profano, la realtà dalla fantasia, la storia dalla tradizione. Tale sprono culturale, in perfetta sintonia con gli obiettivi assunti, è quanto si prefigge “La Biblioteca di Babele” che, in collaborazione con il “Baricentro”, proporrà, ogni venerdì sera alle ore 18, argomenti di frontiera.

Il 17 p.v. intratterrà il Dr. Giovanni Criscione con il suo intervento relativo a “Raffaele Poidomani uno scrittore dimenticato”; il 24 gennaio sarà la volta del Prof. Pippo Palazzolo con le sue riflessioni su un’antica e controversa disciplina quale l’Astrologia; il 31 gennaio saremo catapultati nell’evo antico con il Dr. Massimo Cigna che relazionerà su “La figura del Cavaliere nel Medioevo e gli ordini cavallereschi”; il 7 febbraio sarà la volta di Giuseppe Nativo, appassionato di storiografia iblea, la cui discettazione, attraverso un’esplorazione documentaria, sarà rivolta all’Inquisizione di Sicilia con particolare riferimento alla Contea di Modica nel XVI secolo. Chiuderà il ciclo, il 14 febbraio, l’intervento del Dr. Antonio Nicoletta con il suo contributo letterario “E li chiamavano briganti: cronaca di una unificazione”.

 

Giuseppe Nativo

 

 

 

FEBBRAIO 2003

 

Arti e professioni nella Contea di Modica

 

 

A metà del XVI secolo la Contea di Modica si trova al centro di un fermento sociale ed economico che accresce la sua già affermata autonomia giuridica.

La campagna non è più soltanto la fonte per la produzione degli alimenti della sussistenza, ma è anche azienda ed impresa agricola, i cui vantaggi favoriscono la vita cittadina di una città dove è diventato possibile vivere, percepire rendite e possedere terreni, vigne e vignali (almeno per i ceti più abbienti). Da pochi anni (1542) è stato promulgato il corpus dei capitoli e statuti con il quale l’allora governatore Bernaldo (del) Nero statuì ed ordinò “li ordinationi di tucti artixani, cum lu consensu et volutati di quilli”. Attraverso tale lavoro, svolto dal governatore con pazienza e “cum maximi et excessivi suduri et fatighi”, si può cogliere uno spaccato della società dell’epoca con le proprie “corporationi” e relativa organizzazione professionale. Chi osa esercitare un’arte senza la preventiva autorizzazione della funzione competente, attraverso una prova statuita, è chiamato a pagare una somma molto onerosa (ben 4 onze), pena la reclusione per sei mesi. Queste le norme comuni che riguardano le corporazioni dei “maestri custureri” (i sarti); i “muraturi” (murifabbri); i “curviseri” (conciatori di pelli e pellai); i “maestri d’axa seu carpinteri” (falegnami, carpentieri e maestri d’ascia); i “ferrari” (fabbriferrai); i “cordari”.

In tale struttura corporativa, secondo una scala “gerarchica” sociale dettata dalle esigenze di quell’epoca, notiamo al primo posto quella dei sarti in quanto i più vicini alla nobiltà ed alla classe dirigente per conto delle quali taglia e cuce “cosa alcuna di belluto, siti et damasco et panni”. Dietro i sarti seguono i murifabbri, le cui opere murarie si svolgono sia a Modica che nelle zone limitrofe, per la cui attività professionale (di grande rilievo per la costruzione di strutture fortificate oltre che per i famosi “muri a secco”) devono risultare idonei e “che niuna persona sia usanti né poza pigliare a fare alcuno edifitio, né murari che prima non sia examinato et licentiato”.

La concia delle pelli è un’attività quasi industriale, diffusa pressoché in tutti i centri abitati, sia per la disponibilità di materia prima che per la varietà di usi ed applicazioni che ne incrementano oltremodo la domanda. In quarta posizione si trovano i carpentieri, quindi i fabbri-ferrai e, all’ultimo posto, i cordari per i quali però è necessario predisporre un severo controllo da parte di specifici funzionari al fine di evitare abusi sui prezzi di vendita al pubblico “secondo lo cannavo che havino accaptato in quillo anno darichi un competenti guadagno”.

Dunque soltanto sei arti, a Modica e negli altri centri comitali, rientrano nel corpus degli ordinamenti statutari. Altri mestieri restano affidati alla capacità ed all’abilità dei singoli, con quella libertà di scelta che il silenzio della legge consente alla discrezionalità dei singoli individui.

L’ordinamento delle arti resta comunque un punto fermo da cui si sviluppa quel progetto di organizzazione sociale iniziato “in quadam cammera castri terre Mohac” in quel lontano 1542 sotto il coordinamento attivo del governatore che agisce “sedando li iniurii et pacificando li inimichi”.

 

 

MARZO 2003

 

Un grande Capo Pellerossa scrive ai consiglieri comunali di Modica

 

 

La novità nel settore librario, recentemente proposta dalle Edizioni “La Biblioteca di Babele” in Modica, dal titolo “Lettera del Grande Capo Seattle” ha colto di sorpresa anche i più smaliziati in campo culturale.

Un opuscolo, tanto piccolo quanto ricco e gravido di significato, che vuole essere lo sforzo letterario, un contributo fuori dai canoni usuali, che tende a sviscerare una specifica tematica attualmente al vaglio della Civica Amministrazione modicana: quella della variante al Piano Regolatore.

Un invito, pertanto, rivolto attraverso la carta stampata, agli esponenti della Giunta Comunale allo scopo di instaurare un approccio culturale diverso alla citata e difficile problematica. Piccolo saggio che cerca di proporre le tesi della bio-architettura, delle reti ecologiche, del recupero del centro storico, del ripristino dei ritmi naturali attraverso una lettera stilata, quasi 150 anni addietro, dal Grande Capo Seattle, appartenente alla tribù di Suwamish, in risposta all’offerta avanzata dall’allora Presidente Usa (Franklin Pierce) di acquistare le loro terre.

Si tratta quasi di un “testamento spirituale” il cui contenuto è, a tutt’oggi, di grande attualità. La cultura dei “pellirosse”, così vicina alla natura, si scontra con quella dei “bianchi”. E’ il cozzare di due mondi, di due modi di pensare che pone molteplici riflessioni. Gli elementi che formano la “conoscenza”, ovvero l’insieme di spirito e coscienza, che sono i doni offerti da Prometeo all’umanità (gesto che gli costa l’ira di Giove), sono ancora una volta ingredienti e, nel contempo, protagonisti dell’eterna lotta di pensiero. L’acqua scintillante che scorre nei fiumi, nelle paludi e nei ruscelli, le terre su cui hanno camminato i loro antenati, non sono entità astratte ma costituiscono la linfa vitale da cui trae ricco sostentamento la tribù dei pellirosse che cerca di rappresentare con un appropriato “pensiero visivo” le motivazioni del suo essere che si differenziano da quelle dell’”uomo bianco”. Non deve dunque stupire quando il Grande Capo Seattle scrive al Presidente Usa che la “terra non appartiene all’uomo, ma l’uomo appartiene alla terra”. Il rispetto per la natura e per le sue caratteristiche intrinseche è il principio dominante nel pensiero del Grande Capo indiano che usa innanzitutto l’immagine per esternare i propri sentimenti: una “poesia visiva” espressa con le parole. Parole ed immagini sono dunque le “armi” dell’uomo per raggiungere la “conoscenza”.

Il libretto in questione si presenta, pertanto, come una sorta di “manifesto” ecologista proposto alla Civica Amministrazione in un momento così delicato da suggerire una profonda riflessione sul mondo che è volontà di potenza, libertà creatrice.

 

 

 

Anno Domini 1557 : grande afflittione…

 

 

Una delle affezioni patologiche storicamente accertate è l’influenza che, come sappiamo, si trasmette tramite la fonazione, la tosse e gli starnuti. Manifestazioni epidemiche, che per i caratteri clinico-epidemiologici possono essere riferite all’infezione influenzale, sono segnalate nel 1300 in Italia e in Francia, nel ‘400 a Vienna, nel ‘500 in Spagna ed in Italia.

Tra le antiche cronache siciliane si fa menzione di un’epidemia influenzale che colpì la nostra isola nel 1557 diffondendosi anche nel territorio della Contea di Modica. Il Senato di Palermo, resosi conto della gravità della situazione e per di più preoccupato del succedersi di tante malattie “epidemiali et popolari” si rivolgeva, per la sua rinomata perizia, al grande medico, di origine sicula, che all’epoca insegnava a Napoli: Giovan Filippo Ingrassia. Quest’ultimo rispondeva agli appelli rivoltigli con una relazione verbale che costituisce forse uno dei pochi esempi di programmazione e pianificazione delle misure di pubblica profilassi.

Relativamente alla epidemia d’influenza del 1557, la quale fu tanto virulenta da provocare “…grande afflittione…” lasciando “li corpi assai maltrattati…”, è proprio il nostro insigne medico a fornirci il quadro sintomatico del morbo descrivendolo come “…quel catarro con gravezza et dolor di testa, grossezza di fronte et d’occhi, con che tutti lo sperimentammo…”. Quanto alle cause è doveroso rilevare che l’Ingrassia, allontanandosi dalle dottrine dell’epoca, intrise non poco di credenze astrologiche, ipotizza la trasmissione della malattia attraverso il contagio “…a disseminarsi per l’aere… et infettare poscia gli huomini…” rivelandosi precursore del moderno sapere.

Riguardo al decorso della malattia, dai carteggi dell’epoca, si rileva che il quadro sintomatologico appena accennato, unitamente allo stato febbrile, non durava più di quattro giorni e che, sebbene dapprima minacciasse gran pericolo, si evolveva senza eccessive conseguenze in considerazione anche del fatto che “…non vi era bisogno di syroppi, né di medicina purgativa, se non di cavar sangue, et di confettioni con bever acqua…”.

Attraverso le misure di prevenzione proposte dall’illustre medico alle autorità municipali si rileva come le condizioni igieniche, di per sé molto precarie, lo erano ancora di più per gli usi e costumi propri dell’epoca e che purtroppo si riscontravano in tutte le cittadine di quel tempo, prive anche delle elementari regole urbanistiche. Anche nella Sicilia sud-orientale certamente tale panorama era molto comune. La miseria, che non consentiva il consumo di cibi sani ed abitazioni salubri per i ceti meno abbienti, doveva certamente e necessariamente agevolare le epidemie dovute sia ad affezioni di natura alimentare sia di natura batterica e/o virale. Nei paesi del Val di Noto e quindi della Contea di Modica più volte si sono registrate pandemie con copioso numero di vittime.

 

Giuseppe Nativo

 

 

 

APRILE 2003

 

GRYLLI  IN  AGRO  IBLEO

 

Lo stato di salute della popolazione siciliana, nondimeno quella della Contea di Modica, nel semisecolo che abbraccia in pari misura Cinque e Seicento, è messo ripetutamente a dura prova. Pandemie di cruenta entità mietono moltissime vittime alternativamente a ripetute crisi di sussistenza dovute alle ricorrenti penurie da carestia.

Una situazione di gravità si determinò negli anni 1618/’19 in occasione di uno dei variegati eventi naturali che flagellò tanto la popolazione dell'epoca quanto il territorio comitale: l'invasione di cavallette che si abbatté in maniera violenta sulla Contea di Modica e territori limitrofi.

I ripari ai quali ricorsero gli amministratori locali - il Governatore e Giurati di ogni singola città - furono, in buona parte, di ordine religioso. L'esposizione del Santissimo Sacramento e le Quarantore furono infatti gli unici ritenuti efficaci "...intorno alli remedii che si doverano usare per le estirpatione delli grillj che si e' visto haver cominciato a nascere in queste marine...".

Il Governatore, allarmato per tale calamità, emise un "bando" che fu portato a conoscenza di tutte le terre della Contea affinché i Giurati delle Università ne prendessero atto adottando i rimedi di cui sopra e quant'altro potesse giovare alla risoluzione del fenomeno.

La situazione si aggravò ulteriormente nel 1619 in quanto l'invasione si allargò varcando anche i confini comitali, per cui il Viceré concesse poteri straordinari al Governatore della Contea di Modica, affinché usasse anche a Vizzini, dove frattanto l'invasione delle cavallette si era estesa, le stesse accortezze che aveva già adottato per Modica stante che "...questa pernitiosa e dannosa semente uscita da confini del contato va' allargandose per il regno...".

I numerosi metodi empirici, adottati nelle varie località della Contea, per cercare di eliminare o comunque arginare il fenomeno delle cavallette, diedero buoni risultati anche se non sempre soddisfacenti.

Nell'aprile del 1618, per sterminare questi fitofagi, fu ordinato di arare i terreni per seppellirne le uova. Altro sistema adottato fu quello di usare delle lenzuola con un'apertura centrale alla quale fosse appuntato un sacco. In pratica si doveva stendere il lenzuolo, possibilmente bagnato, per terra e non appena si fosse coperto di "grillj" si dovevano tirare i due capi facendo in modo che questi, per mezzo dell'apertura centrale, cadessero nel sacco. Altro modo fu quello di batterli con sacchi bagnati. Per incoraggiare tali procedure, che dovevano essere espletate in tempi ragionevolmente brevi e con notevole dispiegamento di risorse umane, considerata l'estesa devastazione subita dalle coltivazioni, i magistrati preposti alla amministrazione pubblica furono incaricati di pagare un "tarì" a coloro i quali portavano un "mondello di grillj" che venivano successivamente bruciati fuori dal centro abitato per la loro immediata e permanente "estirpatione".

 

Giuseppe Nativo

 

 

 

MAGGIO 2003

 

Lotta di privilegi nella Contea di Modica

 

Fra le alte cariche amministrative e militari in auge nell’antica Contea di Modica, le più ambite, sia sul piano del prestigio sociale sia su quello della forza politica e militare, erano quelle di Governatore Generale della Contea e di Capitano della “Sergenteria” del Regno (il cui compito era quello di custodire e difendere i territori comitali e relative zone costiere dalle incursioni “barbaresche”), quest’ultima di stanza nell’antica Xicli (Scicli).

Nonostante le competenze di entrambi gli “offici” fossero diverse, tra l’illustrissimo signor Governatore della Contea (il quale risiedeva nel Castello di Modica) e l’ill.mo signor Capitano della “Sergenteria” (che risiedeva presso il Castello di Xicli) pare non corresse buon sangue.

Tra i due funzionari sussisteva un atavico rancore velato, però, da inchini profondi e da larghi sorrisi artificiosamente ostentati durante i loro non rari incontri dovuti, per così dire, a motivi di “officio”.

Tale comportamento era causato da una problematica che in quei tempi era motivo di accesa diatriba.

Fra i tanti privilegi che spettavano al Governatore, nella sua qualità di alto funzionario dello Stato, ne esisteva uno molto particolare: una trombetta degli alabardieri doveva segnalare all’intera città e zone viciniori, a mezzo di tre squilli, l’istante in cui quel rispettabilissimo personaggio si degnava sedere a mensa. Poiché la medesima prerogativa era stata assegnata anche al Capitano della “Sergenteria”, ognuno avocava a sé il diritto e preminenza esclusiva dando così luogo a lunghe ed estenuanti quanto ingarbugliate vicende di ordine legale che fornivano abbastanza lavoro agli organi giudiziari di quel tempo. I magistrati del Tribunale della Gran Corte di Modica risolvevano la questione in favore del Governatore, mentre il Viceré, affiancato dai magistrati della “Sacra Regia Coscienza”, decideva in favore del Capitano. I ricorrenti decidevano, quindi, di rivolgersi, in ultimo appello, alla Suprema Corte spagnola. Quest’ultima, dopo aver tergiversato per lunghi anni, emetteva finalmente una sentenza che si rivelava subito a “doppia faccia”, come la politica spagnola che a quei tempi si sosteneva a forza di espedienti. La Corte iberica decretava, dunque, che il privilegio venisse accomunato a ciascuno dei contendenti, senza alcuna “ombra” di preminenza. Qualora il Governatore si fosse trovato a Xicli, che era una città della Contea, l’onore dei tre squilli spettava “de jure” al Capitano; e se costui, per motivi dipendenti dal suo “officio”, si fose trovato in Modica, che militarmente “apparteneva” alla stessa “Sergenteria”, le trombe dovevano squillare soltanto per il Governatore.

Decisione molto “saggia” quella spagnola!

 

Giuseppe Nativo

 

 

 

GIUGNO 2003

 

Magistratura e politica:

un rapporto difficile nella Sicilia dei vicerè

 

Alcuni secoli prima che il vocabolo “mafia” si diffondesse in seguito alla rappresentazione, nel 1862, della nota commedia “I mafiosi di la Vicaria” del palermitano Giuseppe Rizzotto, la Sicilia era martoriata dalla violenza, dalla sopraffazione esercitata dalla nobiltà attraverso la protezione accordata alla criminalità. Tale situazione, soprattutto nel corso del XVI secolo, è ampiamente documentata da alcuni uomini di toga che in quel tempo esercitavano, o meglio, cercavano di esercitare la loro professione malgrado le avverse condizioni politiche soggette al controllo della Corona spagnola la cui longa manus era infiltrata in quasi tutti gli uffici amministrativi talora anche con propri emissari.

Sullo stato di disagio della magistratura, che già contava le sue vittime, e sulla corruzione presente in Sicilia si rendeva interprete l’”avvocato fiscale” (qualcosa di simile all’attuale Procuratore, ma con più esteso potere e con maggiore difficoltà ad esercitarlo!) del Tribunale della Regia Gran Corte di Palermo (massimo organo giudiziario di Sicilia unitamente a quello presente a Modica, capitale della Contea), l’utriusque iuris doctor Antonio (de) Montalto, con un memoriale pervenutoci attraverso alcune lettere. Tale corrispondenza, intrattenuta con Carlo V e risalente al 1531, costituisce un interessantissimo carteggio attraverso cui è possibile ottenere la radiografia sullo stato della giustizia in Sicilia nel terzo decennio del cinquecento.

L’alto ufficiale rimarcava che “in quisto regno non se fa iusticia de homini de qualitati”. Quelli colpiti dalla legge erano soltanto i ceti meno abbienti, “di panni baxi et di quilli cussì disventurati…”. Dalle citate lettere, custodite presso l’Archivo General de Simancas, emerge un quadro di un’isola in preda ad atti criminosi che si verificavano in “tutti li terri di Sichilia” provocando spargimento “de sangui” con gravi azioni “di latrocinii, di violentii et altri delitti gravissimi…”. La gente non stava sicura neppure “in li propri casi”. Tale stato di cose alimentava “quereli, reclamuri, lamentattioni, lacrimi et suspiri di li pirsuni dapnificati et oppressi…”. La paura aveva già generato quel sentimento che successivamente sarà chiamato omertà: nessuno, infatti, era disposto a fornire la sua testimonianza a causa dell’impunità di cui godevano potenti e delinquenti. Tali epistole, trascritte in un arco brevissimo di tempo, dall’8 marzo al 15 aprile 1531, contenevano anche la descrizione di numerosi casi ritenuti illegittimi ed una cospicua quantità di reati gravissimi “passati senza il debito castigo”. Insomma una serie di gravi denunzie sullo stato dell’ordine pubblico e sull’inefficienza della prevenzione e della repressione, causata soprattutto da carenze nell’attività degli organi giurisdizionali.

Puntuale si verificava una reazione che in breve assumeva tutto il sapore di un tentativo di vendetta da parte viceregia e baronale e che nello stesso tempo doveva servire a neutralizzare quanto denunziato dal coraggioso Montalto. A quest’ultimo venivano, pertanto, mosse pesanti accuse, tra cui quella di insubordinazione all’Autorità costituita, tanto da essere subito sospeso dal suo “officio” e messo sotto inchiesta. Amareggiato, ma fiducioso in una sua difesa ad oltranza contro l’incrollabile potere politico, il Montalto così commentava tale complotto intentato nei suoi confronti: “inquisittione generalissima de la vita mia, nullo comparente accusatore nec legitimo denunciatore”.

 

Giuseppe Nativo

 

 

NOVEMBRE 2003

 

4 febbraio 1169: la terra trema a Modica

 

Gli archivi storici spagnoli, i diari e lettere privati, gli atti delle curie e le biblioteche dei conventi hanno fornito ai ricercatori non poche notizie circa l’avvicendarsi nei secoli di eventi tellurici che tanto hanno martoriato la nostra regione.

 

Sullo sfondo di ognuno di questi scritti campeggia, incontrastata, la certezza che, in confronto agli altri guai, tutti più o meno schivabili, il terremoto è invece il “malum sine rimedio”, essendo lo stesso “scissivo della terra” e pertanto “insanum esse qui taerremotum non timet”.

Il settore più colpito in passato, e al tempo stesso maggiormente indiziato di un possibile ripetersi di calamità sismiche, è rappresentato dalla fascia orientale della Sicilia. Tutta la zona iblea viene collocata tra le aree ad altissimo rischio sismico in quanto colpita da moltissimi terremoti, non di rado anche con effetti catastrofici. L’attuale situazione geodinamica correlata con l’ubicazione degli epicentri nella Sicilia sud-orientale (area iblea inclusa) fa rilevare una discontinuità strutturale del territorio in corrispondenza della cosiddetta “scarpata ibleo-maltese” a cui sono stati associati i terremoti del 1169 e dell’11 gennaio 1693.

Uno degli eventi più antichi, per il quale sia possibile una (pur se parziale) ricostruzione storica degli effetti, è il sisma verificatosi il 4 febbraio 1169. L’area maggiormente interessata è quella della Calabria meridionale e della Sicilia orientale, dove si registrano rilevanti danni. I villaggi più importanti e le città della Val di Noto sono tutti seriamente danneggiati. Modica, come Catania e Lentini, risulta quasi interamente distrutta. Le cronache storiche riferiscono di rilevanti modificazioni alla circolazione delle acque freatiche, con il completo inaridimento di alcune sorgenti e la comparsa di nuove. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è riferito in forma generica e non consente l’esatta ubicazione delle manifestazioni idriche descritte. L’intensità massima stimata è circa dell’XI grado della scala M. C. S. (Scala Mercalli-Cancani-Sieberg), risultando, quindi, confrontabile con quella del terremoto avvenuto nella stessa area nel 1693. L’epicentro, così come nel terremoto del 1693, è posto verosimilmente in mare, lungo la costa tra Catania e Siracusa. Ciò è indirettamente confermato dai maremoti registrati in ambedue i casi.

 

Giuseppe Nativo

 

 

DICEMBRE 2003

 

Quando i neonati venivano fasciati

 

Da reperti archeologici, costituiti da statuette votive, ritrovati in tombe etrusche si sa che fin dall’antichità i neonati erano strettamente fasciati. La desueta fasciatura tradizionale del neonato, pur essendo tanto antica da perdersi nella notte dei tempi, non ha subito delle varianti di rilievo via via apportate dalle esigenze e dalle stravaganze della moda.

Già nella prima metà del II secolo d.C., Sorano di Efeso, medico e scrittore greco, fornisce utili indicazioni ed ammaestramenti sul come infagottare i pargoli.

In periodo medievale il bambino è avvolto in un panno di lino (o di altro tessuto per i ceti meno abbienti) e poi in un drappo di lana, il tutto bloccato da un nastro.

Nel XVI secolo il neonato viene fasciato strettamente come una piccola mummia costituendo un’abitudine comune che, a seconda della classe sociale di appartenenza, varia dalla ricchezza delle fasce. Una doppia fasciatura dalle spalle ai piedi permette al bambino di muovere solo la testa. Così facendo si sarebbe ottenuta la sua crescita in maniera diritta e robusta.

Anche nel XVII secolo, l’operazione della fasciatura, cui il piccolo viene sottoposto, sembra essere dettata dal principio di salvaguardare la forma delle membra (considerate alquanto fragili) o di rimediare ad eventuali danni prodotti durante il parto. A fasciatura ultimata il neonato, con il viso scoperto, deve risultare sufficientemente rigido da poter essere sollevato e spostato senza che nessun membro possa essere piegato. In una fase successiva le braccia possono essere liberate quasi contemporaneamente mentre la restante parte del corpo deve rimanere racchiusa ancora per diverso tempo nel rigido involucro delle fasce.

La consuetudine di fasciare i neonati si perpetua nel tempo in maniera tale da risultare ancora diffusa e radicata fino ai primi anni del ‘900. Tale pratica è documentata – intorno ai primi decenni del secolo scorso - dal Pitrè quando segnala che “in più di due terzi della Sicilia”, compreso il circondario di Modica, “serbano l’uso di mettere prigioniero tra le tenaci fasce il neonato e di ficcare in una delle ripiegature della fasciatura l'Abbizzè” – a,b,c, - “o Buzzeu o Santa Cruci”, un libricino di poche pagine con immagini, segni e preghiere, la cui funzione è quella di avere “molte virtù e preserva, chi lo ha addosso, di qualche maleficio possibile”

E’ necessario giungere a circa mezzo secolo fa affinché la moderna puericultura possa mettere al bando il tradizionale bendaggio proponendo nuovi indirizzi.

 

 

 

 

Dall’Annunciazione del Gagini

all’iconografia dell’Angelo nell’Arte Medievale

 

 

All’interno della Chiesa del Carmine di Modica, in una nicchia della parete sinistra si trova l’opera più significativa di questa chiesa: il gruppo in marmo di Carrara del maestro “marmorario” Antonio Gagini raffigurante l’Annunciazione nella quale si può apprezzare oltre alla figura di una Vergine giovanissima quella di un angelo rappresentato come nella iconografia classica.

Nel corso di quel lunghissimo periodo che gli storici classificano Medioevo la figura dell’Angelo subisce una serie di importanti mutazioni che vengono a determinare la comparsa di variegate iconografie destinate in parte a perpetuarsi nei secoli successivi. Il suo corredo iconografico – frutto di una complessa formazione teologica e filosofica – alle soglie del Medioevo è già fissato nelle linee essenziali. Immaginato come “nunzio celeste”, l’Angelo è rappresentato con le sembianze di un uomo, vestito di dalmatica e pallio, con un maestoso paio d’ali che si notano dietro le spalle. Nel tempo si configurano dei cambiamenti relativi agli elementi di vestiario che iniziano a diversificarsi rispetto al corredo iniziale, dando così origine a diverse tipologie di rappresentazioni che possono molto schematicamente ricondursi a tre gruppi principali : gli “Angeli sacerdote”, gli “Angeli guerrieri” e gli Angeli in veste femminile. L’apporto dato dalla cultura artistica medievale non si limita a questi aspetti, che per lo più rimandano alle diversificate “funzioni” dell’Angelo, ma si estendono all’elaborazione di altre varianti iconografiche nonché all’adozione di ulteriori elementi caratterizzanti da cui si sviluppa l’iconografia angelica poi in parte mutuata dalle culture rinascimentale e barocca. E’ il caso degli “Angeli nuvola” proposti come figure alate sorrette da soffici cuscini di vapore.

Le “angeliche sostanze”, disposte in cerchio come parti integranti delle “Intelligenze motrici” e quindi delle “gerarchie angeliche”, trovano un “divulgatore” di eccezione in Dante Alighieri che così li descrive nella sua “Divina Commedia” (III, canto XXXI, 13-15): ”Le facce tutte avean di fiamma viva, /e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco/ che nulla neve a quel termine arriva”, tentando di delineare l’iconografia delle varie gerarchie angeliche peraltro già elencate da Dionisio l’Aeropagita e da San Gregorio Magno.

Lo sforzo più grande compiuto dalla cultura figurativa medievale è quello di tentare di offrire un’immagine e di chiarire, attraverso l’efficacissimo mezzo letterario e pittorico, quei punti oscuri della natura angelica, stante l’”impalpabilità” della materia.

Particolarmente emblematica risulta quell’iconografia che lega l’Angelo al vento e all’elemento aereo in genere inteso ad esprimere la natura spirituale del messaggero divino. Al di là dei molteplici riferimenti alla Sacra Scrittura, ai testi pseudo dionisiani ed alle innumerevoli speculazioni teologiche, il testo da cui dipende, in parte, tale scelta iconografica di grande suggestione è sicuramente un passo del “Liber sententiarum” (I, X, 19), dove gli Angeli vengono descritti come caratterizzati “(…) da quell’aria che sta più in alto e che indossano come solida forma fatta di cielo (…)”. Tale concezione, poi ripresa anche da Tommaso d’Aquino (“Summa Theologiae”), porta successivamente alla nascita di un’altra iconografia: quella degli “Angeli uccello”. Quest’ultima trova riscontro nel commento di Gerolamo al passo profetico di Isaia (46, 8-11), ove il rapace invocato dall’Oriente è paragonato al Cristo, mentre i suoi Angeli sono paragonati agli uccelli che aleggiano “per tutto il mondo” (“Commentarium in Isaiam”, libb. VIII e X). A tale riguardo è d’obbligo rammentare che gli uccelli sono quelle creature le quali, più delle altre, riescono ad evocare, nell’immaginario collettivo, la figura dell’Angelo.

Altra grande innovazione grafica del Medioevo è quella degli “Angeli musicanti”, rappresentati nell’atto di suonare strumenti musicali. Essi compaiono per offrire agli uomini il dono della musica, riflesso impalpabile di quella che è l’armonia delle “sfere” e del cosmo.

 

 

 

Il Tempo catturato

 

 

All’interno del Duomo di San Giorgio in Modica, il pavimento marmoreo ospita, lungo tutto il braccio minore, una “meridiana solare” tracciata con eleganza e sapienza nel 1895 dal matematico Armando Perini, direttore dell’osservatorio astronomico ubicato al quartiere Consolo. Un raggio di sole, entrando da un’apposita fessura ricavata nella parete orientale del transetto, sotto la volta, nel corso dell’anno percorre l’ellittica dello zodiaco segnando il mezzogiorno solare. Tale sistema serviva a misurare il tempo.

Calcolare la durata del fluire delle cose, comprendere l’essenza, ordinare gli avvenimenti umani nella dimensione spazio-temporale, costituiscono compiti ai quali l’uomo, da tempo immemorabile, non si è potuto sottrarre sia per ragioni contingenti (appartenenti al suo vivere quotidiano), sia per ragioni più propriamente speculative (dettate da riflessioni filosofiche, teologiche e scientifiche).

Se ai greci si deve la personificazione mitologica del tempo, chiamato “khronos” (antichissima divinità legata al mito della creazione), agli egizi è da attribuire la raffigurazione del tempo nelle sembianze di un serpente che si morde la coda, inteso come simbolo di eternità.

Il più antico sistema conosciuto per “catturare il tempo” è il cosiddetto “gnomone” costituito da un’asta dritta che, grazie all’ombra proiettata sul terreno, permette di determinare l’ora. Dallo gnomone si passa poi alla “meridiana”, costituita da un “quadrante solare” e da uno “stilo” che va inclinato parallelamente all’asse di rotazione della terra, per avere le stesse variazioni d’ombra in qualsiasi località. Questi sistemi non sono abbandonati neppure quando viene inventato il “peso motore” applicato prima agli automi e poi ai primi orologi meccanici: gli “svegliarini”. In quest’ultimi, al contrario di ciò che accade nei nostri orologi, l’ora è segnata da un indice fisso su un “quadrante mobile” che compie un giro di 12  o  24 ore, in corrispondenza delle quali può essere inserito un piolo che giunto alla leva fa scattare la suoneria. Da qui la descrizione dantesca della gloriosa ruota dei beati celesti che si muove “come orologio...tin tin sonando con sì dolce nota…” (Paradiso, X, 139-146).

Suddividere il giorno in 24 ore uguali e stabilirne inizio e fine si rivela un’operazione, a dir poco, ardua: tra i campanili delle chiese e le torri comunali, che battendo i rintocchi sulla campana segnalano ai cittadini l’ora, non corre sempre buon sangue. Il tempo indicato dal “quadrante solare” sulle chiese differisce da quello segnato dagli orologi meccanici che devono subire delle costanti correzioni. Le “ore canoniche” sono più lunghe durante il giorno d’estate e più brevi d’inverno, mentre le torri civiche suddividono 24 ore uguali da tramonto a tramonto.

L’applicazione del meccanismo dello “svegliarino” all’orologio pubblico costituisce una tappa importante anche per consentire al ceto nobile di “catturare” il tempo e “portare” con sé l’indicazione dell’ora.

La “miniaturizzazione” degli orologi inizia alla fine del XV secolo, avviando una produzione dalle forme stravaganti e fantasiose: orologi incassati nelle spade e negli anelli, arricchiti da incisioni e preziose decorazioni. Si afferma poi nella seconda metà del XVI secolo, per praticità, la forma ovale e quella rotonda da “petto” o da “tasca”. Le tasche del Rinascimento non sono certo le nostre, ma piuttosto delle borse in cui si ripongono gli ancora ingombranti e pesanti orologi, contenuti in scatole finemente lavorate, privi di coperchio e con una sola lancetta.

 

Giuseppe Nativo

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